HANNO SCRITTO DI BIANCA ORSI:

 

 

 

Un solo tema svolge Bianca Orsi: il tema della prevaricazione sull'uomo. Un segno drastico, aggressivo, duro e scorciato caratterizza le sue opere. Chi ha avuto occasione di vedere tutte le sculture della Orsi non si meraviglierà di queste immagini così energiche, così spoglie e aspre nella loro enunciazione plastica: le sue statue infatti hanno un accento di perentorietà e violenza, una brusca e quasi elementare potenza. L'immagine si dispiega a volte più folta, si articola anche in gruppi di personaggi e di elementi compositivi che dànno con la maggiore evidenza il senso alto e dichiarato della visione che ormai da anni sostiene il suo lavoro ostinato e solitario.

Ma da dove vengono le suggestioni di queste immagini alla fantasia drammatica della Orsi? Sono immagini del nostro tempo lacerato, immagini di ritorsione, di tortura, di sopruso, di furore: immagini che vengono da una memoria non cancellata della guerra di ieri e immagini che ci sopraffanno dai paralleli dei nuovi conflitti. Ma sono pure le immagini, i traslati inquietanti, della nostra esistenza, sottoposta da ogni parte e senza risparmio all'offesa e all'oltraggio. Ecco: è dunque la coscienza acuta delle contraddizioni che ci feriscono quotidianamente nella dimensione più breve o più ampia della storia che provoca nella Orsi l'erompere di tali immagini.

Leggerle quindi significa coglierle nella polivalenza dei loro significanti sia diretti che indiretti. lì reticolato cioè, il suppliziato, l'uomo appeso per i piedi, la donna percossa, il prigioniero avvinto sono ad un tempo la sintesi tragica di una cronaca in atto e insieme la precisa allusione alla nostra condizione esposta com'è ad ogni genere di coercizioni morali e fisiche nell'apparente funzionalità o razionalità delle «regole» che ci governano. E senz'altro in questa duplicità di sensi che la Orsi opera e procede, riuscendo a liberare nel segno tanta energia, anche là dove può apparire sommaria, dove l'esacerbazione del sentimento sembra travolgerla. Anzi, proprio in questi particolari momenti essa svela appieno la direzione della propria intenzionalità, mettendo a nudo la propria passione, indicandone vivamente la natura e il profilo.

Per tale motivo Bianca Orsi esige una considerazione globale, una interpretazione e un giudizio che accolga le sue opere nel loro serrato contesto. Ci si accorgerà allora d'essere davanti ad una personalità forte e risoluta, persuasa delle proprie ragioni e capace di tradurle con insolito scatto.

 

Mario De Micheli

 

 

 

... Acute, spinose, perentorie, le immagini di Bianca Orsi testimoniano di un impegno poetico, drastico e preciso che non ha spazio per concessioni al gusto e alla "bellezza". Sono immagini tratte dal repertorio della violenza contemporanea, dal furore della storia di ieri come da quello dei nostri giorni. Per questo le sue immagini, aspre e risentite, vivono tutte d'una immediata efficacia emotiva, d'una presenza viva e coinvolgente...

 

Giorgio Seveso - "l'Unità"

 

 

 

... Altissime, turrite, rupestri donne di legno, di terracotta, di bronzo. Tutte aspettano un bambino. Non sorridono, anzi le facce hanno grinte dure e proterve, scostanti: stanno in piedi vigorose, strane, in certo senso indiscutibili...

 

Dino Buzzati - "il Corriere della Sera"

 

 

 

LA SCULTURA DEL REALE DI BIANCA ORSI

 

Nella scultura ci si può sbizzarrire meno che nella pittura. Anche se oggi alcuni scultori fanno concorrenza ai paesisti, la scultura resta sempre una categoria estetica in cui non è facile inserire gli apporti della variazione naturalistica e tanto meno sociologica. I problemi della forma e della luce restano quelli fondamentali, anche quando, gli artisti moderni si aiutano con le colorazioni e le patinature, com'è del resto il caso anche di Bianca Orsi. Con un modellato forte, sensibile appunto alla variazione della luce, Bianca Orsi scolpisce nei tronchi di quercia corpi di donne in movimento, perfettamente riconoscibili nella loro serenità popolana, aliena dal grottesco caro agli scultori intellettuali. Sono le donne degli artigiani, degli operai e dei contadini della nostra Italia settentrionale, quelle che l'emiliana, ormai milanese, Bianca Orsi ha ben conosciuto e con le quali ha sentito rapporti di solidale comprensione in tutta la sua vita. Le statue ora esposte alla Cavour, a Milano, con la pienezza della loro forma si distinguono nel campo della scultura contemporanea proprio perché la Orsi non è turbata da inquietudini vaghe ed astratte né lascia campo ad equivoci naturalistici come volar di radici e sospensioni di forme fluttuanti. Solide, ancorate alla terra sulla quale poggiano come monumenti, dànno la sicurezza che la costa ispira al navigante e l'albero all'uccello. La Orsi è abbastanza nota e stimata, ma dovrebbe esserlo di più se contro l'arte chiaramente realista non ci fosse una specie di congiura delle vecchie e delle nuove accademie alleate contro l'arte che è ancora impressionata dal reale e che vede la figura in un ambiente umano, di natura conosciuta e giudicata. Nel volere vedere tutto come «oggetto» si dimentica che una figura prima che un oggetto, cinetico o no, è un uomo che vive non soltanto come messaggio ma in forza della sua propria umanità non necessariamente in crisi. Del resto anche la Orsi, come si vede dai suoi disegni di ricerca, esperimenta. Ma per trovare una forma stabile, durevole fatta di masse e luce.

 

Raffaele De Grada - “Vie Nuove”

 

 

 

CONFERMA DI BIANCA ORSI

 

In occasione di una mostra dell'anno scorso alla Cavour della scultrice Bianca Orsi, milanese, uscita parecchi anni fa dal corso di Marino Marini, osservavo come essa appartenesse alla schiera non fitta di quegli artisti che non si esauriscono nell'apparenza estetica, ma che era invece gravida di profondi contenuti umani. L'attuale mostra di disegni alla Eidos (a Milano, in via Brera 16) lo conferma pienamente. Corpi solidamente modellati s'intrecciano a reticolati in immagini che sembrano duri giudizi sui campi di concentramento e sui fili spinati delle città irlandesi. È la prima volta che vedo trattato quest'ultimo tema dagli artisti. Senza un briciolo di quella facile ironia con cui vengono affrontati di solito questi argomenti. Tali contenuti trovano nei disegni della Orsi una forza unitaria straordinaria che non va affatto a scapito della leggibilità dei disegni, tratteggiati con decisi contorni di penna, mentre le macchie dei chiaroscuro sono strettamente necessarie a fornire drammaticità al contesto. Due statue in legno prive di dolcezza e che sembrano modellate in una materia assai più dura, sono la controprova del carattere della Orsi, che non ha nulla di femminile. Non è facile trovare anzi una monumentalità così fiera, tanto intonata alla forte ira che trapela dai ben decisi disegni di cui abbiamo detto.

 

Raffaele De Grada - “Giorni”

 

 

 

Mi sono chiesto, giorni or sono -vedendo a Spazio d'Arte la mostra di Bianca Orsi- per quale motivo ella non sia considerata a tutti gli effetti, come realmente è, uno tra i maggiori scultori italiani viventi. Il dire che non sia un'abile manager di sé, che sia del tutto carente in fatto di P.R., che preferisca colloquiare in segreto col proprio stesso animo anziché effondersi in spiegazioni con gli altri, può valere soltanto a livelli di superficie: ma il problema di fondo è tutt'altro. È lecito che studiosi, critici, collezionisti non si accorgano del peso e dell'importanza di un artista il cui linguaggio ha un piglio decisamente antiprovinciale, il cui stile - pur se maturato all'ombra di Marino Marini - ha assunto un'aggressiva tensione degna degli ultimi grandi esponenti europei di una scultura rivolta alla figura umana? Che se poi questa forma d'arte ha preso anche altre strade, ciò non significa che la plastica antropomorfica non continui ad avere altrettanta validità: nella storia noi vedremo sicuramente convivere Calder e Moore, Giacometti e Pomodoro. Perciò a Bianca Orsi si dia quello che le si deve e la si consideri, come merita, uno scultore di vasto fiato. E il fiato non è dovuto soltanto all'attitudine ad affrontare grandi dimensioni, a monumentalizzare il dramma dell'uomo schiavo di se stesso e dei conflitti che si agitano dentro e fuori di lui. È pure questo, poiché ci vuole capacità ed esperienza e tecnica per costruire immagini di tale mole; ma è soprattutto un fatto più complesso che chiama in causa la struttura stessa di un'esistenza nella quale l'uomo che pensa e che vuol conoscere si dibatte come in un lager che ad ogni istante gli propone nuove torture fisiche e morali. Essenzializzare nei volumi che ne compongono il corpo una simile tragedia sempre presente, trarre dai solchi che ne scavano le atticciate membra (nelle statue come nei disegni) l'indicazione della via che ci conduce dolorosamente a quella mèta che è poi l'epos della caduta, ma insieme la definitiva riaffermazione di una moralità che non conosce compromessi - neppure quelli deliziosamente velenosi dello stile -, significa avere dell'arte l'unica coscienza che oggi serve davvero. Strumento di battaglia per convertire le idee in fatti-immagine, riscattandole dal vuoto vaniloquio delle proposte verbali.

 

Mario Monteverdi

 

 

 

... E' una scultura di contenuti, impegnata nei confronti della nostra coscienza di esseri umani. Bianca Orsi è un personaggio raro, carico di sensibilità e di doti umane come pochi. La sua scultura è talmente viva, palpitante e autentica che non necessita di incensamenti. Le sue sculture sono cariche di storia, piene di sofferta maturazione e vi comunicano sentimenti immortali: amore, fraternità e lotta contro il male...

 

Franco Passoni - "l’Avanti"

 

 

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